Un saggio di Dan Barry: il basket come meditazione ai tempi del Covid


Le feste di compleanno e le cene di Natale e la pancetta mattutina e gli highball serali e i tanti personaggi che recitavano i loro ruoli su questo palcoscenico da salotto, poi se ne sono andati.

Mancare.

Ricordo di nuovo la mattina del nostro matrimonio 31 anni fa, quando io e i fratelli di Mary giocavamo a basket senza sporcare lo sposo nel cortile di casa. Il cerchio, infatti, è ancora alzato, facendo cenno.

Ed è per questo che sono qui fuori, infagottato in un paio di felpe, a lanciare scatti in sospensione rosso, bianco e blu nel freddo pungente. L’unico calore viene dall’imbarazzo dei miei primi colpi in sospensione, così via che la palla senza vita e vagante continua a rotolare sotto un’auto parcheggiata.

Mancare. Mancare. Colpo.

Eccoci qui.

Il basket, se giocato da solo, è meditazione. Altre persone trovano il loro equilibrio interiore attraverso la consulenza, la corsa o lo yoga o la cura dei pomodori e dei cetrioli nell’orto. Lo trovo con il basket. Solo io, una palla, un cerchio.

E, ora, il Covid.

Colpo.

Completamente vaccinato e potenziato, sono tra i fortunati ad avere sintomi minori, che nel mio caso includono ondate di imbarazzo. In mezzo a tanta sofferenza legata al Covid, sono restio a insinuare che la mia salute sia stata a rischio significativo; sarebbe come fare un cameo nel brutto seguito di un classico film horror.

Ancora: tosse, congestione, assenza di famiglia.

Mancare.

Ho usato la terapia del basket fin dall’infanzia. Da adolescente imbranato, tirava a canestro mentre cercava di evocare il coraggio di chiedere a una ragazza di andare al ballo di fine anno. (Semplicemente non potevo lasciare che quella combinazione di giacca rossa e pantaloni a quadri andasse sprecata.) Da adulto, sparavo a canestri mentre cercavo di fare un pick-and-roll contro il cancro. (Ho attribuito tutti i colpi mancati alla neuropatia indotta dalla chemio.)

Ciò che si sviluppa è una forma atletica di riflessione che vira dal mondano allo spirituale e viceversa. A volte le riprese sono insensate; la memoria muscolare di decine di migliaia di tiri in sospensione prende il sopravvento. E a volte è consapevole, come il contemplativo, anche orante, sintetizza con il competitivo: Se ne raggiungo 10 di fila, dirà di sì. Se ne colpisco 10 di fila, sopravviverò.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *