“Sono ancora vivo”: l’autore di Gomorra saluta la vittoria in tribunale sulle minacce della mafia | Mafia


Tlo scrittore antimafia di fama internazionale Roberto Saviano ha dichiarato che “il giornalismo è stato rivendicato; le parole sono giustificate – e anch’io lo sono”, dopo una sentenza storica a Roma sulle minacce alla sua vita.

I giudici hanno stabilito lunedì che una manovra in aula 13 anni fa di un boss della camorra e del suo avvocato costituiva una minaccia per la vita di Saviano e quella di una sua collega – Rosaria Capacchione, allora quotidiano napoletano Il Mattino – condannare i giornalisti a vivere da allora nell’ombra, sotto scorta.

“La mia vita non cambia molto”, ha detto Saviano al Osservatore dopo il verdetto. “Avrò ancora bisogno di mantenere la mia guardia del corpo. E, naturalmente, la sentenza non mi restituisce quei 13 anni, costretti a vivere un’emivita nascosta, costantemente vigile, sotto scorta, per tutto quel tempo.

“Ma la sentenza dimostra che la mafia non è invincibile, che non può minacciare i giornalisti senza sanzioni e che i clan hanno paura della parola, del giornalismo”.

Dopo un processo durato 13 anni, il tribunale penale di Roma ha condannato Francesco Bidognetti, capo esecutore del clan dei Casalesi della mafia napoletana, e il suo avvocato, Michele Santonastaso, colpevoli di aver minacciato la vita dei giornalisti depositando un documento nel “ maxiprocesso Spartacus”. Si è conclusa dopo 12 anni nel 2010, con 16 capi camorristi, tra cui Bidognetti, incarcerati a vita.

Francesco Bidognetti.
Francesco Bidognetti, chief enforcer of the Casalesi clan of the Naples region mafia.

Bidognetti era una figura di primo piano e cruciale in un regime di omicidi, estorsioni e terrore intorno alla base casalesi di Casal di Principe, a nord di Napoli, e mente del suo controllo corrotto su attività multimilionarie di gestione dei rifiuti – in gran parte tossici – attraverso la regione Campania.

L’atto in questione sarebbe stato oggetto di procedimento giudiziario, entrato nel maxiprocesso poco prima che si chiudesse l’udienza di appello nel marzo 2008. Si chiedeva la sospensione dell’intero processo, e il rinvio da Napoli ad altra giurisdizione, per l’influenza che Saviano e Capacchione avrebbero “esercitato sui giudici con la loro scrittura”.

“La mafia non fa direttamente le sue minacce”, spiega Saviano. “Non fanno una fatwa come l’Iran o l’Isis. La semantica mafiosa è complessa e codificata e le loro minacce sono fatte in diagonale».

Cita un famoso presentimento fatto dal boss di Cosa Nostra Michele – Il Papa (il Papa) – Greco durante il maxiprocesso siciliano degli anni ’80: “Greco ha detto alla corte: ‘Auguriamo che la vostra giustizia sia serena, e che questa serenità vi accompagnerà per tutta la vita’. Sembra una benedizione, ma non lo era, era una minaccia [to jurors and prosecutors]”, dice Saviano.

«E con questa manovra del 2008», spiega, «Bidognetti diceva che se lui ei suoi compagni mafiosi fossero stati condannati in quel tribunale, Rosaria e io saremmo complici. E che se i mafiosi fossero assolti, ci considererebbero – Rosaria segnalando a livello locale, io a livello nazionale – come parte del tentativo di perseguirli.

“Questa minaccia era, ed è tuttora, unica nella storia criminale. Ci ha etichettati come nemici degli imputati, il cui lavoro come giornalisti aveva spinto lo stato ad agire contro di loro. Secondo loro, ero io a minacciare il corso della giustizia a Napoli, non loro, gli assassini in attesa di giudizio».

La minaccia è avvenuta in un clima di estrema minaccia: mentre il maxiprocesso ha chiamato più di 500 testimoni, e ha emesso più di 700 anni di reclusione, cinque persone coinvolte nel caso sono state uccise.

Una scena della serie TV di successo Gomorra, tratta dal libro di Roberto Saviano.
Una scena della fortunata serie TV Gomorra, tratta dal libro di Roberto Saviano. Fotografia: BetaFilm/Sky Atlantic

Il maxiprocesso aveva coinciso con la pubblicazione nel 2006 del libro bestseller di Saviano Gomorra, che ha rivelato le operazioni della camorra e aveva fatto infuriare la mafia. Saviano è stato messo sotto sorveglianza, e questo è stato aumentato dopo la manovra legale del 2008; sia i clan che i giornalisti sapevano esattamente cosa significasse. “Era codificato, ma chiaro”, dice Saviano.

Capacchione, che è stato deputato del Partito Democratico italiano dal 2013 al 2018, ha dichiarato all’agenzia di stampa Ansa la scorsa settimana: “Sono state vere minacce di morte contro di noi”.

La sentenza della scorsa settimana a Roma suggella come fatto giuridico la tesi di Saviano e Capacchione, dichiarando minaccia e reato il contenuto della richiesta di rinvio.

Bidognetti, che sta scontando diversi ergastoli, è stato condannato a 18 mesi per aver minacciato i giornalisti e Santonastaso, che ha una precedente condanna per favoreggiamento della mafia, 14 mesi. I giudici hanno 90 giorni per pubblicare il loro ragionamento.

“Sono frasi simboliche”, dice Saviano, “ma così importanti per stabilire cosa mi ha fatto vivere la vita che ho vissuto, e perso: costantemente sorvegliato, braccato, sorvegliato, sotto protezione, e chiedendomi che vita avrei fatto queste minacce non sono state lanciate”.

Aggiunge: “Ci sono voluti 13 anni per dimostrarlo. Tredici anni di vita in questo modo. È difficile per un pubblico anglosassone capire quanto tempo possono durare questi processi». I ritardi nel processo sono dovuti a rinvii e dibattiti sulla giurisdizione.

La minaccia e la sentenza, dice Saviano, “dimostrano anche come la mafia, con questa manovra giudiziaria, riguardi i perimetri del giornalismo, e l’implicita istruzione che un giornalista ‘fai un buon lavoro’ per quanto li riguarda. Sanno che questa è una democrazia, che ci sarà un articolo su un omicidio o un arresto, ma questo è il limite. Poi entrano in tribunale e dicono quello che dicono sempre: succede di tutto, ma noi non l’abbiamo fatto. Cosa Nostra esiste, ma noi non esistiamo. E si aspettano che lo segnaliamo.

Rosaria Capacchione in 2008 in her office at Il Mattino newspaper.
Rosaria Capacchione nel 2008 nel suo studio al Il Mattino giornale. Fotografia: AFP/Getty Images

“Ma cosa significa andare oltre il limite? E se un giornalista indagasse i fatti in relazione l’uno con l’altro, e tracciasse una mappa degli interessi economici della mafia e dei rapporti istituzionali e politici? Poi si supera il limite, si supera il limite”.

Scrivendo in Corriere della Sera la scorsa settimana Saviano ha reso omaggio a Capacchione – “che ha dedicato gran parte della sua vita a raccontare con coraggio e determinazione la cosca dei Casalesi” – i suoi avvocati e colleghi media che hanno portato e seguito il procedimento per tutto il procedimento.

Saviano calcola: “Perché Bidognetti, che sta già scontando diversi ergastoli, dovrebbe passare 13 anni a difendersi da questa accusa di minacciarmi? È perché finché vivo, la sua minaccia è fallita. Quindi deve fingere di non averlo emesso. Finché vivrò, perderà i complimenti; perde credibilità agli occhi dei suoi compagni e rivali.

“Bidognetti ha minacciato Saviano e Saviano è ancora vivo”, riflette lo scrittore. “Agli occhi dei miei nemici, la mia colpa più eclatante è che sono ancora vivo. Questa settimana è una vittoria per il potere della parola, non mia e nemmeno di Rosaria. Ma quando sono uscito da quell’aula lunedì, ho pensato – come ho scritto nell’ultima riga di Gomorra – maledetti bastardi, sono ancora vivo.”

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