La regione Emilia-Romagna non è più l’Italia



Editoriale del ” Mondo “. Spero che in futuro l’Italia sarà simile in Emilia-Romagna. “ È con queste parole che il candidato del centrosinistra Stefano Bonaccini ha accolto la sua elezione, domenica 26 gennaio, alle elezioni regionali individuate per mesi come un test nazionale.

Imprevisto per la sua scala – il 51 %, contro il 43% del suo avversario, Lucia Borgonzoni, sostenuto anche dalla Lega di Matteo Salvini, la vittoria del candidato del Partito democratico, infatti potrebbe offrire qualche speranza per i partiti moderati italiani, che, negli ultimi due anni, che frequentano, a bocca aperta, presso l’irresistibile ascesa dell’estrema destra. Infatti, la situazione in Emilia-Romagna ha qualcosa da copiare.

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Prima di tutto, perché la regione è stata teatro di un indiscusso di startle nato il movimento delle ” sardine “, che hanno portato alla democrazia italiana una ventata di aria fresca tanto bisogno. Apartitica ma non apolitica, e il messaggio di questo piccolo gruppo di una trentina-quarantina era semplice : era per respingere l’odio e l’auto-ritorno alle fonti di anti-fascismo.

Il movimento è inseparabile da una pratica della parola nuova in cui insulti e attacchi personali dovrebbe essere vietato. Nell’Italia di oggi e di là, questa chiamata alla civiltà, diventa paradossalmente sovversivo, è benefico.

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Ma questa campagna di successo non sarebbe stato possibile senza un bilancio per la difesa. Anche qui, la situazione della regione Emilia-Romagna è esemplare : con una robusta crescita, un tasso di disoccupazione ridotta a meno del 5 % e un efficace sistema di salute, Stefano Bonaccini ha potuto contare su inconstestables successo.

Il diritto sovereignist ed estremisti continua a crescere

È qui il limite per la dimensione nazionale di queste elezioni. Il tessuto economico e sociale dell’Emilia-Romagna ha dei vantaggi che non si trovano ovunque in Italia : infrastrutture che lavorano, un buon livello di investimenti pubblici e privati, di un tessuto di PMI prestazioni e un personale politico all’altezza.

Il tenore di vita in Emilia-Romagna, paragonabile a quella del nord Europa, è due volte superiore a quella della Calabria, dove si prende un voto anche la domenica e dove la disoccupazione colpisce un quarto della popolazione attiva. Come si può sperare, quindi, che le stesse ricette può funzionare qui ? La periferica regione, abbandonato il crimine organizzato dalle dimissioni dello Stato, il diritto di pro-Salvini ha trionfato domenica con più di 25 punti di vantaggio.

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Certo, la sinistra ha vinto la vittoria, in Emilia-Romagna, ma il semplice fatto di considerarlo come una sorpresa, dà la misura della spinta della Lega nazionale. Qui, a partire dal 1945, la sinistra non ha mai perso. Questa volta, ha trionfato grazie per la scomparsa del Movimento 5 stelle (antisystème). Una scomparsa, inoltre, dovuto in gran parte al successo di Matteo Salvini, intorno a che ora detiene tutto il dibattito politico in Italia.

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In sé, il ritorno della scissione sinistra-destra non è una brutta cosa, perché è accompagnata da una rottura con il discorso antipolitical diventare dominante per un quarto di secolo. Il problema è che lo scontro, che promette di essere tra una sinistra disorientata e progetto fallito e un diritto di sovranità e dell’estremismo, che continua a crescere per mesi.

Domenica, in Emilia-Romagna felici, la Lega ha ottenuto il 32% dei voti, mentre il postfascistes Fratelli d’italia ammontavano a circa il 10 %. Il popolo moderato di Italia tirato un sospiro di sollievo, ma non è fuori dal bosco.

Il Mondo

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