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L'affare è serio 
di MARCELLO TETI*

«L’ARRESTO per associazione a delinquere e corruzione di due noti  imprenditori umbri e  di due alti magistrati , avvenuto alcune settimane fa, è una faccenda molto seria. Lo è sia per i nomi dei due costruttori (entrambi molto noti nei palazzi del potere politico locale) sia per il ruolo dei due magistrati inquisiti: sostituto Procuratore generale della Cassazione l’uno, Consigliere di Stato l’altro. Insomma, il fior fiore dell’imprenditoria umbra e “pezzi da novanta” della magistratura italiana. Inoltre, dalle notizie che cominciano a filtrare questi arresti potrebbero essere solo l’inizio di una raffica di avvisi e di altri arresti imminenti. C’è ne abbastanza per affermare che la questione, questa volta, è molto più grave rispetto agli arresti  del 2006 quando, assieme all’imprenditore Giombini, a “volare” furono solo “gli stracci”. Nonostante le pronte smentite della Procura di Perugia, la vicenda sembra, infatti, riguardi, oltre ad altri imprenditori e magistrati, anche importanti politici locali. Si vociferano nomi delle più alte cariche politiche umbre. Per alcuni versi questa inchiesta (che ci auguriamo abbia il coraggio questa volta di andare fino in fondo)  non dice nulla di più di quello che la maggioranza degli umbri già sa, cioè di essere retti da un’autentica cosca di potere. Solo che ora dovrebbe essere chiaro anche ai cittadini umbri più  scettici ed increduli. Non siamo in presenza di un regime (monsignor Chiaretti docet), magari arrogante, compromesso con i potentati industriali ed economici locali, ma che  agisce pur sempre nell’ambito dei liceità dei comportamenti e della cosiddetta legalità democratica, questa inchiesta (che è solo all’inizio) dimostra invece che siamo soverchiati dal marciume e dall’illegalità. 
Come Legittima Difesa, siamo spesso accusati di esagerare quando sosteniamo che il sistema di potere qui in Umbria è mafioso-affaristico-clientelare. Evidentemente molti pensano che la mafia (che come i nostri inquisiti organizza attività illegali a fini di lucro) evochi necessariamente violenza, ferocia, brutalità e dunque il termine mal si adatta alla realtà umbra. Chi la pensa così ignora però che nelle alte sfere mafiose gli affari invariabilmente si fanno in “guanti bianchi” e in “doppio petto”. Non con le pallottole e i morti ammazzati ma con il coinvolgimento diretto e interessato, altrimenti non sarebbe possibile, dei poteri forti locali: quello politico-amministrativo, quello istituzionale, quello economico, costruendo cioè quella che viene definita la “famiglia”. Stando ai fatti finora accertati e alle stesse dichiarazioni degli inquisiti (..se volemo bene.., ..semo de core noiatri..) anche i nostri  signorotti locali in “doppio petto” e “guanti bianchi” hanno costruito la loro bella “famiglia”, la confraternita per eccellenza, la “società nella società”. Proprio come avviene per la mafia, all’interno i suoi membri non hanno  bisogno di essere ricattati e corrotti, poiché si sentono essi stessi parte integrante della “famiglia”. Ad unirli è il senso del potere smisurato che effettivamente hanno e che toccano con mano giorno dopo giorno, la smaccata consapevolezza della propria impunità, il malcelato orgoglio di appartenere alla casta degli intoccabili e dei potenti. Sbaglia chi crede che gli avvenimenti di queste ultime settimane sia l’inizio di una tangentopoli umbra, semmai questa inchiesta ci chiarisce perché in Umbria una vera e propria tangentopoli non sia mai scoppiata, nonostante la corruzione ed il malaffare fossero presenti, come i fatti dimostrano. Oggi veniamo a sapere che i processi venivano pilotati che, attraverso gli “amici degli amici”, le cose venivano aggiustate o messe a tacere, che la “famiglia”salvaguardava con tutti i mezzi, per la maggior parte illeciti, i suoi affiliati ed assicurava il bene comune di tutti i  suoi membri. E questo è solo l’inizio! Figuriamoci allora che sorta di “buco nero” ci troveremo  di fronte».
*Portavoce di Legittima
Difesa Umbra
 

 

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