Verso le 19 li raggiungeva
la notizia che un certo Filippo Rezzi era morto a seguito dell'uscita di
strada della sua auto in un rettilineo. Alle 20 i due commissari giravano
intorno alle altre auto intanto che il loro collega ed amico, il medico
legale Valente aveva iniziato i primi esami del cadavere. Uno degli uomini
della scientifica portava il cellulare di Filippo Rezzi e Mirto richiamava
l’ultimo numero. “Buonasera” rispondeva una voce femminile, “mi dispiace
ma ancora non ho controllato tutti i documenti che mi aveva lasciato.”Il
commissario Mirto, sorpreso chiedeva: “Con chi parlo?”
Si trattava di Maria Fanelli,
segretaria personale di Filippo Rezzi. Circa 10 minuti dopo arrivava con
la sua bicicletta. “Pensavo di essere più veloce senza mezzo motorizzato”,
e i poliziotti non potevano fare altro che darle ragione. Si toglieva il
casco e la segretaria si trasformava in una donna intorno ai 50 con un
viso attento e intelligente, e anche se Forni aveva meno anni non poteva
negare di aver avuto sempre un debole per queste donne.
“Oggi il signor Filippo Rezzi
mi aveva chiesto di controllare alcuni conti degli ultimi mesi”, rispondeva
Elisabetta alla domanda del commissario Mirto. “Ma poi suo cugino e socio,
Giovanni Rezzi mi aveva detto di lavorare a casa in quanto serviva la mia
postazione di lavoro.” “A che ora ha lasciato Giovanni, il cugino?” “Forse
alle 6 e un quarto. Lui liberava subito la scrivania per fare dei disegni
tecnici.” “Succedeva spesso che i due soci non davano gli stessi suggerimenti?”
Le chiedeva il poliziotto, meravigliandosi della velocità con la
quale Elisabetta si era abituata a parlare nel passato del defunto. “Io
ero assunta da Filippo, perciò normalmente mi spiegava lui i miei
compiti.”
La telefonata del medico
legale avvisava Mirto e Forni che nel corpo di Rezzi avevano trovato un
sonnifero in un alto dosaggio che avrebbe influenzato notevolmente la sua
capacità di guidare. Era poco probabile che qualcuno scegliesse
di suicidarsi in questa maniera coinvolgendo tante persone innocenti. Prima
dell’incidente verso le 18.30 era stato visto con un’altra persona nel
suo locale preferito “After Work”, come diceva il risultato delle prime
ricerche, ma considerando l’ora e l’affollamento il barista non si ricordava
niente circa l’accompagnatore.
Forni guardava l’orologio:
le 20. Decidevano di fare una visita al socio di affari Giovanni Rezzi,
abitante in quella villetta dove, come avevano saputo casualmente era intenzionato
a tornare appena finito il lavoro. “Infatti”, lo confermava sua moglie
Francesca, “mio marito è rientrato verso le 18.15. Dopo lui è
andato nel suo studio ascoltando della musica classica.” Giovanni Rezzi
guardava sua moglie con stupore. “Lei conosceva bene il cugino di suo marito?”
Francesca taceva per qualche
secondo. “non posso dire che mi era molto simpatico. Non mi piaceva il
modo in cui amministrava i soldi che erano di entrambi i soci…” “Francesca!
E questa casa che ha lasciato tutta a noi, nonostante che abbiamo utilizzato
anche i suoi…” Giovanni si interrompeva. “Scusate”, si rivolgeva ai poliziotti,
ovviamente ancora sconvolto per l’accaduto. Mirto si ritirava con il suo
collega nel giardino. “Forse ci servono le foto di Giovanni, Francesca
e Maria, la segretaria da mostrare al bar. O forse no!”
“Signora Rezzi, la prego
di accompagnarci”, annunciava Mirto e la coppia lo guardava spaventato.
“Lei ha mentito sull'alibi di suo marito.” “Mi potete arrestare per questo?”chiedeva
quasi divertita. “Non solo per questo”, ribatteva Mirto, “bensì
perché è stata lei a uccidere Filippo Rezzi!”
Quando uscivano dalla casa
avevano l’opportunità di rivedere il cane con il suo padrone che
discuteva con alcuni amici i danni per la società dovuti ad una
esagerata fiducia nelle autorità. “Torna subito qua!” interrompeva
il discorso per dedicarsi al suo animale.
Arrivati alla macchina Forni
faceva passare un attimo prima di aprire e chiudere lo sportello, esattamente
così tanto da dare al cane l’occasione di salire sul sedile posteriore.
Mirto taceva. Non sapeva dove questa azione era destinata a finire ma non
credeva che fosse una delle soluzioni peggiori. “Penso che si chiami Bodo”,
diceva il suo collega mentre si sedeva e allacciava la cintura di sicurezza.
Partendo Bodo si rilassava, e lo faceva appoggiando il muso sulla spalla
del commissario Forni.
Cosa avevano compreso i
poliziotti?
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SOLUZIONE
Francesca aveva fornito
un alibi a suo marito del quale non ne aveva nemmeno bisogno: Maria la
segretaria aveva confermato ingenuamente che Giovanni ancora lavorava quando
lei aveva lasciato l’ufficio, quindi era già escluso dal gruppo
dei sospettati. Francesca non lo poteva sapere, e l’alibi che aveva costruito
per proteggere apparentemente suo marito doveva servire a lei stessa. Aveva
cercato di convincere Filippo ad aiutarli economicamente facendo leva sui
rapporti di parentela. Non avendo successo sceglieva un’alternativa drastica
per entrare in possesso degli averi di Filippo. |