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IL GIALLO - Appuntamento con gli enigmi di Free Press
Un finto furto
di ULLA HOPSTER

“IN FONDO, Mirto, devi ammettere: quello che faccio con i miei soldi dopo la mia morte sono affari miei!” 
Il commissario Mirto con difficoltà riusciva a reprimere un sorriso. Avrebbe potuto discutere con il suo vecchio amico Vincenzo della sua argomentazione poco logica per quanto riguardava i suoi diritti dopo la sua morte ma preferiva tacere. Al di là della piacevolezza del tempo trascorso insieme il motivo perché Vincenzo Connetti lo aveva chiamato era serio: erano stati rubati dei soldi a casa sua.
I miei nipoti Gloria e Francesco non si sono fatti vedere per tanti anni ma quando hanno saputo della mia malattia sono venuti tre volte in una settimana e la cosa mi puzzava.” Rideva di gusto anche se presto interrotto da un forte colpo di tosse. “Il mio medico mi dice che mi riprenderò presto e lo voglio credere. Ho ancora alcuni progetti per il futuro.” Prendeva un sorso della bibita marrone e trasparente che dall’odore a Mirto non sembrava proprio una tisana. “Lo vuoi anche tu?” chiedeva Vincenzo e alzava la bottiglia proveniente dal suo bar. Il commissario Mirto si alzava e prendeva un bicchiere dalla vetrina.
“Allora ieri ho visto i miei nipoti, figli di mia sorella, l’ultima volta. Sono stato così imprudente a lasciare i soldi sulla scrivania mentre parlavo con loro, perché mi servivano oggi per un acquisto; un nuovo attrezzo per la mia ditta agricola. Erano più di ventimila euro.
Dopo averli messi nella scrivania sono uscito insieme a loro, avevo un appuntamento con Mario, ti ricordi mio vecchio amico?” Mirto ascoltava e annuiva, concentrato per non perdere il filo del racconto. “Stamattina mi sono svegliato prima delle sette, forse ho notato un rumore. Sono sceso nel mio ufficio dove qualcuno aveva forzato la cassetta della scrivania e preso tutti i soldi. Che stupidi poi! Potevano immaginare che avrei sospettato di chi sapeva dei contanti.”
Il commissario gli doveva dare retta. “Credo che andrò a trovare i tuoi nipoti prima possibile.”
*     *     *
Mirto andava a trovare Gloria all’ufficio postale dove lavorava. Con decisione timbrava l’ultima lettera della giornata. Era finito il suo lavoro per questo giorno che era durato dalle 7 alle 14, e il commissario notava con stupore che lei mentre si alzava automaticamente tirava giù le maniche fermandole con le dita per potersi infilare rapidamente il giaccone appeso in fondo al corridoio. Dall’altro lato del banco Mirto le camminava accanto e spiegava in poche parole l’avvenuto. “E quindi sono spariti questi soldi, più di ventimila”, concludeva. “Mi dispiace per mio zio,” diceva Gloria, “ma finisce qui. Lui non si è comportato bene con me sia quando avevo bisogno di un suo sostegno economico e sia non. Ora quando vado a trovarlo mi tratta come una mendicante.” Uscivano insieme. “Se vuole la accompagno da mio fratello, sicuramente sarà sospetto quanto me, vero?” continuava Gloria con un lieve ghigno.
Francesco stesso apriva la porta del suo piccolo studio che fungeva pure da monolocale. Sua sorella lo informava con aria divertita dell’accaduto. “Guardi la prego di non giudicarci male,” si rivolgeva Francesco all’uomo della polizia, “ma le cose non sono come sembrano. Lo zio è un suo amico da tanti anni, lo so, e le avrà raccontato la sua versione dei fatti.”
Si alzava e prendeva dallo scaffale semivuoto una fotografia. Dopo averla guardata per un po’ la porgeva a Mirto che con lo sguardo controllava la stanza: la sua ampiezza la faceva sembrare ancora meno arredata di quello che era. “Dopo la morte di nostra madre che ci ha cresciuti da sola nostro zio non si era mai preoccupato di noi. Aveva la fissa che volevamo i suoi soldi mentre magari avevamo bisogno di un parente con il quale parlare della mamma.”
Gloria guardava francamente il commissario. “Lui probabilmente cercava di sopportare la morte della sorella così, creandosi un nemico che purtroppo eravamo noi. Quando poi abbiamo saputo della sua malattia volevamo tentare di riavvicinarci. Ma ormai ogni nostra mossa veniva interpretata male.”
Mirto riconosceva che questa versione dei fatti era ben diversa da quella sentita fino ad ora. “Controlli pure dappertutto”, lo invitava Francesco. “Le assicuro che non troverà dei soldi qui.” Il poliziotto si voltava verso Gloria: “E scommetto che anche da Lei non si trovano, vero?” La ragazza sorrideva.
“Quasi ventuno mila euro fanno comodo a tutti. Ma non quando sono rubati. Forse però ciò servirà a nostro zio come lezione. Non mi dispiace per lui.”
*     *     *
Il commissario Mirto stava nuovamente seduto con il suo amico Vincenzo. “Credo di aver compreso come il furto è avvenuto,” diceva serenamente, “e penso che i soldi torneranno presto, a casa tua o altrimenti a casa di…”
Vincenzo lo guardava sollevato. “Me lo spieghi?” “Aspetto una tua telefonata fra qualche giorno.”
Quando arriva qualche giorno dopo la chiamata Mirto era contento e divertito. Cosa aveva intuito?

SOLUZIONE:
Mirto doveva dare ragione a Vincenzo, gli unici sospetti erano Gloria e Francesco. E Francesco senza accorgersene si era anche tradito, indicando la cifra con “quasi ventunomila”, mentre nessuno lo aveva detto precisamente. Ma non sembravano dei classici ladri. Inoltre Gloria doveva lavorare alle 7, quindi non avrebbe avuto il tempo per nascondere i soldi, almeno se non avessero ideato un piano sfacciato: Infatti Gloria aveva trovato un posto perfetto dove lasciare i soldi, cioè portandoli con sé e spedendoli direttamente dal suo ufficio postale. Se questa ipotesi era vera bisognava solo aspettare per vedere a chi sarebbero stati spediti, per capire le vere intenzioni. “Volevamo darti una lezione”, spiegava lei al commissario e allo zio il giorno dell’arrivo della lettera assicurata.
 

 

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