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La maschera in frantumi
La
Grotta (l'epilogo)
"Udivo chiaramente un battito accelerato!
Sentivo la sua paura"
di P.F. GRAZIOLI |
(segue dai numeri precedenti)
Le tremule luci delle candele
sembravano danzare in quell'angolo della stanza mentre io aspettavo che
il prete si riprendesse dal mio "morso". Sì. Non ero riuscito ad
ucciderlo, qualcosa me lo aveva impedito ma che razza di vampiro ero? Ora
la mia mente era tornata piena di dubbi e quello che mi tormentava più
degli altri riguardava la mia ignota identità. Allo stello tempo
non riuscivo a distogliere il pensiero da colui che stavo cercando in quella
casa: strano fosse sparito così in fretta. Avevo percepito la sua
presenza sino a pochi minuti prima. Anche dopo aver incontrato il prete
continuavo a "sentirla" e ad esser sincero, mi aspettavo di trovarmelo
davanti da un momento all'altro. Per quanto io cercassi una risposta solo
il silenzio che gravava in quella casa veniva in mio aiuto pure se rotto
dall'incessante battito della vecchia pendola che emergeva dal buio dell'angolo
di quella stanza. Il prete si stava riprendendo quindi lasciai i miei pensieri
e tornai da lui. «Come si sente Padre?» Chiesi.
«Io... Ah! Ricordo!
Tu hai provato ad uccidermi!» disse il prete. «Si Padre qualcosa
mi ha impedito di farlo. La prova è che lei è vivo!»
«Vedi? Avevo ragione! Non ti ha trasformato! Ora dobbiamo trovarlo
ed eliminarlo una volta per tutte!» disse il prete brandendo un acuminato
paletto di legno. Sembrava non aver risentito del mio "morso" eppure gli
avevo affondato i denti nel collo. |
La maschera in frantumi |
Si muoveva con sicurezza tra
le mura di quella casa, quasi con padronanza, senza alcuna paura e cosa
strana la pendola aveva aumentato il ritmo del suo ticchettio. «Padre
è sicuro di stare bene ? Vada con calma in fin dei conti le ho tolto
un pò di sangue» dissi. «Non preoccuparti ho solo fretta
di eliminare quel mostro!» Rispose. «Guardi! Là c'è
uno specchio, dia un'occhiata alla ferita. Tenga, avvicini la candela»
dissi. «No! Gli specchi ingannano!» Rispose il prete rompendo
lo specchio con il candelabro. « Oppure lasciano vedere chi siamo
veramente!» risposi. Un freddo innaturale silenzio scese tra di noi
rotto solamente dal ticchettare della pendola che era aumentato. «Dipende
dall'immagine che essi riflettono!» disse con calma il prete «Già!
O che non riflettono! Tu non sei un sacerdote!» dissi. La figura
si girò lentamente dicendo: «Bravo! Ti avevo ingannato nuovamente
Varney! E' questo il tuo nome! Scott Varney. Ricordi?» Sì!
Ora ricordavo esattamente il mio nome, la mia vita e... la morte! Ma chi
era lui per sapere tutto questo di me? «Non ricordi ancora? Non ti
rammenti più del tuo vecchio amico Estèban? Il tuo amico
Spagnolo?Io posso assumere tutte le identità!» disse ridendo.
Rimasi ammutolito. Era lui! Estèban Carrillo! Studente di medicina
che io conobbi a Londra nel 1835. Non che mi sia mai stato molto simpatico
anzi odio gli indiscreti ma non avevo una buona ragione per allontanarlo
fino a che una sera non scoprii chi fosse in realtà. Lo trovai chinato
per terra in un vicolo, pensai si sentisse male ma quando si girò
verso di me non riconobbi il suo viso: era stato sostituito da quello di
un mostro assetato di sangue. L'avevo scoperto con l'ennesima vittima della
sua implacabile sete. Cercò di convincermi a diventare come lui
ma rifiutai. L'ultima cosa che ricordo è il rumore di una carrozza
lanciata al galoppo, un impatto tremendo e... l'oscurità. «Allora?
Tornata la memoria? Vampiro dall'animo umano che non sei capace a mordere
neanche un prete?» disse sprezzante Estèban. «Forse
un prete no! Ma un mostro come te si!» risposi. «Mi stai sfidando?
Cosa? Lord Varney mi sfida ?! Sei stato il mio più grande errore
Varney! Ora è tempo che io rimedi per sempre.» disse Estèban.
Quello che accadde negli istanti seguenti fu talmente veloce intenso e
carico d'odio da essere devastante. Estèban si muoveva rapidamente
quasi da risultare invisibile. Facevamo dei salti che pareva volassimo
per poi scontrarci in alto infergendoci delle ferite al viso ed al corpo
le quali prontamente si rimarginavano. L'unico punto debole era il cuore
ed infatti io cercavo di non esporre il torace ai suoi colpi, cosa che
lui stranamente non faceva anzi con mossa plateale mi disse: «Dai.
Su. Colpisci! Affonda la mano nel mio petto.» No. Qualcosa non andava!
Estèban non era il tipo da concedere un vantaggio ma il ticchettio
della pendola m'impediva di pensare facendosi sempre più forte.
Vidi Estèban saltarmi addosso dalle travi del soffitto ed istintivamente
mi scansai; lui piombò sul pavimento restando con il torace infilzato
da un pezzo di legno. Pensai fosse finita ma poi udii la sua spezzante
risata e lo vidi risollevarsi lievitando a mezz'aria.
«Sorpreso? Ah! Che
faccia hai fatto. Non sono morto perchè il mio cuore non e' nel
mio petto. Trovalo! Lord Varney e ti salverai. Ma io non credo.»
disse sprezzante Estèban. Deve aver nascosto il cuore da qualche
parte ma dove? E poi un cuore pulsante! Ah.. se questa dannata pendola
la finisse con il suo ticchettio. E' sempre più forte! Ebbi un'idea.
Era pazzesco ma... la pendola! Più Estèban si muoveva più
il rumore aumentava. «Allora? Pronto a morire di nuovo?» disse
Estèban. «Fossi in te non ci conterei troppo!» risposi
staccando la gamba di una sedia dirigendomi verso la pendola. Estèban
mi guardava fluttuando a mezz'aria la sua baldanza si era trasformata in
preoccupazione. Giunto vicino all'orologio non ebbi più dubbi! Udivo
chiaramente un battito accelerato. Sentivo la sua paura. «Che fai?
Allontanati da»!» urlò Estèban. «Dai! Lascia
che veda l'ora della tua morte caro "amico"» Risposi guardandolo.
Per la prima volta lessi il terrore e l'angoscia nei suoi occhi dilatati
mentre il rumore della pendola mi risuonava nelle orecchie quasi a sembrare
un gemito angosciato. Lo guardai in faccia per l'ultima volta e poi affondai
la gamba della sedia nel quadrante della pendola la quale si mosse come
fosse stata viva ed un torrente di sangue si riversò sino al pavimento.
«Maledetto! Che hai fatto?! Possa tu essere dannato per sempre!»
urlò Estèban contorcendosi come un malato in preda alle convulsioni
più dolorose. Si agitava emettendo un verso acuto sospeso a mezz'aria
mentre il suo corpo si scarnificava e tutti gli umori di quel marciume
colavano "casualmente" sopra il suo sangue. Urlò sino a quando il
suo scheletro non cadde pesantemente sul pavimento frantumandosi in una
nuvola di polvere. Non fù un bello spettacolo ma provai una sensazione
"liberatoria" e se non altro avevo riacquistato la mia identità.
La maschera che Estèban aveva indossato per secoli era caduta definitivamente!
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