| di CARLO GUERRINI
Il papà di Giovanna
di Pupi Avati
Bologna, 1938. Giovanna (Alba
Rohrwacher), studentessa introversa e bruttina, psicologicamente immatura,
perde la testa per un compagno di scuola. Diventata possessiva, scopre
che il ragazzo ha incontri con la sua migliore amica. Appostatasi in palestra,
la uccide con un rasoio. Incredulo, il padre professore (Silvio Orlando)
continua a proteggerla e a consolarla, senza mai metterla di fronte alla
dura realtà, cosa che la moglie gli ha sempre rimproverato, mostrandosi
fredda con la figlia. E’ così il “papà”, che intanto ha perso
il lavoro, a visitare la ragazza nel manicomio di Reggio Emilia dove viene
rinchiusa dopo il processo. E sarà lui a rimanere accanto a Giovanna,
ad assecondare la sua ipotetica normalità, in una sfida isolata
che alla fine riceverà il suo premio.
Avati paga il suo debito
con la paternità facendo ancora un cinema coerente con la sua poetica
che premia i candidi e i sognatori, anche quando i sogni sembrano colpevoli
e il mondo volta le spalle. In altri film questa difesa dell’irrealtà
accendeva grazia e incanti; ora la materia trattata si permea di un tono
più triste e senile, più composto, anche se l’opera mantiene
un ottimismo di fondo: Giovanna matura nella reclusione, il padre supera
le angustie della guerra e negli anni Cinquanta recupera la famiglia perduta.
Buone interpretazioni per un prodotto nella media avatiana, un gradino
sopra La
seconda notte di nozze e
tra le cose migliori degli ultimi anni di un regista forse troppo prolifico,
ma a cui si “perdona” volentieri la generosità produttiva.
Non pensarci
di Gianni Zanasi
Stefano (Valerio Mastandrea),
rockettaro di qualche speranza trapiantato a Roma, scopre il tradimento
della sua ragazza con un concorrente e decide di mollare la capitale per
far rientro in famiglia, a Rimini. Qui scopre una realtà piuttosto
amara: l’azienda del fratello (Giuseppe Battiston), in via di separazione
dalla moglie, sta fallendo; la sorella (Anita Caprioli) ha abbandonato
gli studi per lavorare con i delfini in un acquario; la madre, iscritta
a un corso “sciamanico”, gli ha sempre nascosto di non essere figlio di
suo padre. Padre che peraltro riuscirà a rimettere in sesto l’azienda
di famiglia e lasciare Stefano libero di riprendere la propria strada.
Non pensarci è una
commedia sostenuta da dialoghi frizzanti e da attori azzeccati. Qualcuno
vi troverà delle furbizie e situazioni non di prima mano, come la
presa in giro dei corsi orientaleggianti, ma il film vale anche perché
sotto la crosta brillante cova degli umori aspri. Segna infatti il sostanziale
fallimento di una generazione di quarantenni che ha coltivato sogni raccogliendo
smacchi e fallimenti, e che deve ricorrere ai padri per turare le falle
psicologiche e professionali. Zanasi ci dice anche che la malattia socio-esistenziale
ha intaccato inesorabilmente la provincia, dove il senso di vuoto e le
frustrazioni serpeggiano e lasciano vittime. C’è dunque molto disagio
sotto lo smalto di questa commedia a suo modo tragica e cinica, nella quale
nessuno risponde più al “buongiorno” di Stefano e a salvarsi sono
in pratica i residui larvali della famiglia tradizionale.
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